Ora tocca a Grazia Verasani e il suo racconto.

TERESA

“Il giorno che non ci saranno più panchine, il mondo finirà”. Di nonno Armando, ricordava soprattutto questa frase e il sorriso amaro mentre la diceva. All’epoca lei aveva quindici anni e lui era un vecchio conscio di morire entro l’autunno, cioè di lì a poche settimane. Il cappotto color cammello sopra il pigiama felpato, gli occhiali con la stanghetta destra saldata alla montatura con del nastro adesivo e un berretto di lana infeltrita calcato sulla fronte rugosa. Così lo ricordava, seduto accanto a lei su una delle panchine di pietra allineate lungo il viale d’ingresso di un ospedale che, insieme al cimitero, rappresentava l’unica attrattiva di un piccolo paese di campagna. Anche adesso era seduta su una panchina, ma questa era di ferro arrugginito ed era al centro di un giardinetto pubblico, nei pressi di una scuola elementare.

E anche adesso era autunno, ma gli alberi si spogliavano con lentezza: ogni foglia sembrava cadere al rallentatore, formando qua e là mucchietti sparsi di un rosso incendio o di un giallo limone maturo.

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