LA DELUSIONE DEL COLLEZIONISTA


A volte succede.

Succede che qualcuno di quei neonati buttati dentro i cassonetti, urlando e urlando riesce a sfuggire alla discarica. Così qualche anno fa è successo che due nonnini, per eliminare questa eventualità, che cioè qualcuno li trovasse, li andavano a buttare direttamente alla discarica i piccoli che gli sfornava la figlia: uno all’anno. Senza mediazioni di cassonetti e di spazzini.

Col treruote. Loro due, marito e moglie, grassi pigiati come salsicce nel gabbiotto davanti, e il piccolo, chiuso in una busta, dietro, assieme a spazzature e robacce varie, accumulate con diligenza da formiche nei giorni precedenti il parto, allo scopo di crearsi la giustificazione della gitarella giù in discarica, casomai qualcuno li avesse visti.

E così quel giorno, per l’ultimo nato, mentre la moglie aiuta la figlia a partorire, lui il marito fa come al solito, carica il treruote di immondizie e rottami vari, e appena il piccolo è sfornato lo chiude in una busta e via per la discarica.
Ci mettono tutta l’attenzione possibile, si accertano che in giro non ci sia nessuno, scelgono bene il posto, il più inaccessibile e merdoso, scaricano il tutto badando che il piccoletto venga sommerso dalle altre immondizie, e via di corsa a casa, ad occuparsi della figliola.

Ma tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino.
E così, mentre vanno verso casa, non sanno i poveretti che tutto sta tramando perché venga loro mozzato lo zampino.

Per primo ci si mette un maiale. Uno dei tanti maiali che un contadino sta allevando nel pascolo grasso e a costo zero della discarica. Dove anche i liquami, non c’è problema, restano lì assieme al resto. Nel loro ambiente.
Sono appena usciti, i nonnetti, che questo maiale trottorellando felice in mezzo a tutto quel ben di Dio, e annusando di qua e di là, sente, ucci ucci odor di cristianucci.
E così, col muso, sposta sposta e sposta, arriva al tesoro, nascosto però, accidenti, in una busta chiusa. C’è da lavorarci un bel po’ per aprirla. Ma a giudicare dall’odore ne vale la pena, e il maiale ci si mette d’impegno.
Sfortunatamente per lui, però, proprio quel mattino un distinto signore ha deciso- ma sì chi se ne frega dell’ufficio- di abbandonarsi alla sua folle passione: rimestare nella merda per salvare qualche tesoro. Trenini di latta, macchinine, vecchi giochini, dischi, bottoni, cartoncini, fotografie, e chissà cosa.
Così fornito di stivali, guanti e bastone, si è diretto di buon’ora dalla sua amante, la discarica.
E’ lì che rimescola tra i rifiuti quando viene attirato dall’agitazione esagerata del maiale che si accanisce attorno a una busta, e poi da un braccino bello tornito che sporge, improvviso, da un foro.

Un bambinello! urla, il cuore ballerino in gola. E mentre brandendo il bastone a mo’ di clava si precipita sul maiale, emozionatissimo fa congetture: Settecento napoletano? bambinello da presepe o putto di campana?
Ma ahimè, quando finalmente il maiale, messo a mal partito dallo scatenato seppur distinto signore, si decide ad abbandonare il campo, che delusione: si tratta di un bambino vero. In carne e ossa. Vivo.
Si riprende subito a dir la verità dalla delusione, il collezionista, e abbandonata la sua amante, la discarica, ai maiali, corre col neonato in ospedale.

Ha appena raccontato ai medici come e dove e quando lo ha trovato, il bambinello, e spiegato perché e come mai lui era lì a fare cosa ecc. ecc., quando arriva, su un furgone, la mammina.

E’ verde in viso e si contorce e vomita.

La placenta. Quella maledetta placenta. E’ sempre venuta giù subito come una pera marcia, e stavolta niente, sembra attaccata con la colla.

Ha resistito resistito la mammina, lì in casa da sola, ha spinto spinto ma poi ha ceduto, e ha fatto ciò che mai avrebbe dovuto fare. Ha urlato.

Ed eccoli, i vicini, pronti a soccorrerla e a trascinarla a forza, anche se lei non vuole, in ospedale.
Hanno già avuto il sospetto altre volte. I cari vicini. Mica si può dimagrire così da un giorno all’altro. No non sanno che ha già partorito la ragazza, ma pensano stia per farlo, e allora perché fargliela passare liscia?

Dunque c’è la mamma. E c’è il bambino.

Manca chi lo ha portato alla discarica il neonato.
Ma eccola che arriva la risposta: col treruote.

Tornati a casa, infatti, i nonnetti non hanno trovato la figlia, e poiché hanno visto il furgone dei vicini che voltava l’angolo, hanno fatto due più due che fa quattro, e via di corsa in ospedale, con l’intento di strappargliela a quei due prima che ci mettesse piede.

Ma quel dannato treruote per poco non si capovolge, e così lenti come lumache arrivano che la figlia è già stata visitata.
Ma non si danno per persi i due. Macché placenta, macché parto. Lei la ragazza è esaurita. E’ già un anno che è così, e loro la stanno curando con un medico a pagamento. Che non si fidano di quelli dell’ospedale, e mica la potete ricoverare per forza.

Il cerchio è più che chiuso. Ed è addirittura superfluo il riconoscimento dei due da parte del distinto signore, il collezzionista, che afferma di averli visti, i nonnetti, mentre sul treruote lasciavano la discarica proprio mentre lui parcheggiava, dietro un monticello di immondizie.

Ormai persi e con entrambi gli zampini mozzati non resta altro ai due nonnetti che scannarsi a vicenda. E io scanno te, tu scanni me, se ne vengono a sapere delle belle.
1) Il nonnetto è anche il papà del piccino.
2) Il piccino non è stato l’unico figlio- nipote, altri ne aveva sfornati la figlia. Tre, sembra.
3) Tutti erano stati gettati nella discarica. Tranne uno buttato chissà perché nel bidone della spazzatura.
4) La figlia era una troia che si andava a infilare nel letto dei genitori, e provocava il poveruomo del papà.
5) Lei, la nonnetta, avrebbe voluto che abortisse, la figliola, ma il nonnetto-papà non aveva mica soldi da buttare per ingrassare quel maiale del dottor…che non so quante ville s’è comprato con tutti gli aborti che ha fatto che quando lui è andato a chiedere cosa prendeva ha sparato una cifra pazzesca. E poi sembrava quasi che gli faceva un favore, quello stronzo. Che lui rischiava la galera. Che l’aborto era fuorilegge, gli aveva urlato. Ma adesso che ci vado di mezzo io, ci deve andare di mezzo anche lui, e faccio nome e cognome. E’ il dottor Anastasi, e andate a controllare che ogni giorno c’è la fila.
Sì è vero c’erano anche le mammane, che si prendono meno. Ma una volta per poco non la facevano morire la sua Angiolina, con un ferro infilato nell’utero. E così era meglio farla partorire e poi buttarli via, i neonati. E i soldi invece di darli a quel merdoso del dottor Anastasi per comprarsi la Ferrari, si comprava lui un furgone come quei merdosi dei vicini. Puah – sputa – che gli venga un cancro.
6) Lui, il nonnetto li voleva fare a pezzi i piccoli, e sparpagliarli un po’ di qua e un po’ di là, ma lei la nonnetta, cuore tenero, non glielo aveva permesso. Anzi perfino il nome lei gli dava ai piccini. Li battezzava, perché non andassero al limbo, con l’acqua benedetta che andava a prendere in chiesa. Ego te battesimo in nome del pater e del figlio e dello spirito santus, amen.

Francesco si chiamava, l’ultimo.

E gli altri: Giacomo, Luca, Andrea e Gina.

Ma non erano tre?

Gran finale: io ti strozzo, io ti strozzo, vedrai che la prossima volta ci penso io, grugnì il nonnetto, tentando di strozzare la moglie, mentre venivano spinti nella macchina della polizia.

Lasciateli marcire in galera! Urlò stizzito il collezionista, mentre la volante si allontanava.

Per colpa loro aveva perso una giornata.


Licia Giaquinto


da E’ successo così, Theoria, 2002

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