missfatti ha un’idea


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Riceviamo e pubblichiamo:  Sergio Paoli , attento lettore dell’antologia ci ha mandato la sua foto!

Vuoi farci da testimonial anche tu? Mandaci una foto col libro a missfatti@gmail.com e noi la pubblicheremo.

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Qui ci son lettori che ci mandano le loro preziose testimonianze. Ecco l’amica/lettrice Zoe mentre si dispone alla lettura:

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E tu? Pure tu, sì.

Vuoi farci da testimonial? Mandaci una foto col libro a missfatti@gmail.com e noi la pubblicheremo.

LA DELUSIONE DEL COLLEZIONISTA


A volte succede.

Succede che qualcuno di quei neonati buttati dentro i cassonetti, urlando e urlando riesce a sfuggire alla discarica. Così qualche anno fa è successo che due nonnini, per eliminare questa eventualità, che cioè qualcuno li trovasse, li andavano a buttare direttamente alla discarica i piccoli che gli sfornava la figlia: uno all’anno. Senza mediazioni di cassonetti e di spazzini.

Col treruote. Loro due, marito e moglie, grassi pigiati come salsicce nel gabbiotto davanti, e il piccolo, chiuso in una busta, dietro, assieme a spazzature e robacce varie, accumulate con diligenza da formiche nei giorni precedenti il parto, allo scopo di crearsi la giustificazione della gitarella giù in discarica, casomai qualcuno li avesse visti.

E così quel giorno, per l’ultimo nato, mentre la moglie aiuta la figlia a partorire, lui il marito fa come al solito, carica il treruote di immondizie e rottami vari, e appena il piccolo è sfornato lo chiude in una busta e via per la discarica.
Ci mettono tutta l’attenzione possibile, si accertano che in giro non ci sia nessuno, scelgono bene il posto, il più inaccessibile e merdoso, scaricano il tutto badando che il piccoletto venga sommerso dalle altre immondizie, e via di corsa a casa, ad occuparsi della figliola.

Ma tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino.
E così, mentre vanno verso casa, non sanno i poveretti che tutto sta tramando perché venga loro mozzato lo zampino.

Per primo ci si mette un maiale. Uno dei tanti maiali che un contadino sta allevando nel pascolo grasso e a costo zero della discarica. Dove anche i liquami, non c’è problema, restano lì assieme al resto. Nel loro ambiente.
Sono appena usciti, i nonnetti, che questo maiale trottorellando felice in mezzo a tutto quel ben di Dio, e annusando di qua e di là, sente, ucci ucci odor di cristianucci.
E così, col muso, sposta sposta e sposta, arriva al tesoro, nascosto però, accidenti, in una busta chiusa. C’è da lavorarci un bel po’ per aprirla. Ma a giudicare dall’odore ne vale la pena, e il maiale ci si mette d’impegno.
Sfortunatamente per lui, però, proprio quel mattino un distinto signore ha deciso- ma sì chi se ne frega dell’ufficio- di abbandonarsi alla sua folle passione: rimestare nella merda per salvare qualche tesoro. Trenini di latta, macchinine, vecchi giochini, dischi, bottoni, cartoncini, fotografie, e chissà cosa.
Così fornito di stivali, guanti e bastone, si è diretto di buon’ora dalla sua amante, la discarica.
E’ lì che rimescola tra i rifiuti quando viene attirato dall’agitazione esagerata del maiale che si accanisce attorno a una busta, e poi da un braccino bello tornito che sporge, improvviso, da un foro.

Un bambinello! urla, il cuore ballerino in gola. E mentre brandendo il bastone a mo’ di clava si precipita sul maiale, emozionatissimo fa congetture: Settecento napoletano? bambinello da presepe o putto di campana?
Ma ahimè, quando finalmente il maiale, messo a mal partito dallo scatenato seppur distinto signore, si decide ad abbandonare il campo, che delusione: si tratta di un bambino vero. In carne e ossa. Vivo.
Si riprende subito a dir la verità dalla delusione, il collezionista, e abbandonata la sua amante, la discarica, ai maiali, corre col neonato in ospedale.

Ha appena raccontato ai medici come e dove e quando lo ha trovato, il bambinello, e spiegato perché e come mai lui era lì a fare cosa ecc. ecc., quando arriva, su un furgone, la mammina.

E’ verde in viso e si contorce e vomita.

La placenta. Quella maledetta placenta. E’ sempre venuta giù subito come una pera marcia, e stavolta niente, sembra attaccata con la colla.

Ha resistito resistito la mammina, lì in casa da sola, ha spinto spinto ma poi ha ceduto, e ha fatto ciò che mai avrebbe dovuto fare. Ha urlato.

Ed eccoli, i vicini, pronti a soccorrerla e a trascinarla a forza, anche se lei non vuole, in ospedale.
Hanno già avuto il sospetto altre volte. I cari vicini. Mica si può dimagrire così da un giorno all’altro. No non sanno che ha già partorito la ragazza, ma pensano stia per farlo, e allora perché fargliela passare liscia?

Dunque c’è la mamma. E c’è il bambino.

Manca chi lo ha portato alla discarica il neonato.
Ma eccola che arriva la risposta: col treruote.

Tornati a casa, infatti, i nonnetti non hanno trovato la figlia, e poiché hanno visto il furgone dei vicini che voltava l’angolo, hanno fatto due più due che fa quattro, e via di corsa in ospedale, con l’intento di strappargliela a quei due prima che ci mettesse piede.

Ma quel dannato treruote per poco non si capovolge, e così lenti come lumache arrivano che la figlia è già stata visitata.
Ma non si danno per persi i due. Macché placenta, macché parto. Lei la ragazza è esaurita. E’ già un anno che è così, e loro la stanno curando con un medico a pagamento. Che non si fidano di quelli dell’ospedale, e mica la potete ricoverare per forza.

Il cerchio è più che chiuso. Ed è addirittura superfluo il riconoscimento dei due da parte del distinto signore, il collezzionista, che afferma di averli visti, i nonnetti, mentre sul treruote lasciavano la discarica proprio mentre lui parcheggiava, dietro un monticello di immondizie.

Ormai persi e con entrambi gli zampini mozzati non resta altro ai due nonnetti che scannarsi a vicenda. E io scanno te, tu scanni me, se ne vengono a sapere delle belle.
1) Il nonnetto è anche il papà del piccino.
2) Il piccino non è stato l’unico figlio- nipote, altri ne aveva sfornati la figlia. Tre, sembra.
3) Tutti erano stati gettati nella discarica. Tranne uno buttato chissà perché nel bidone della spazzatura.
4) La figlia era una troia che si andava a infilare nel letto dei genitori, e provocava il poveruomo del papà.
5) Lei, la nonnetta, avrebbe voluto che abortisse, la figliola, ma il nonnetto-papà non aveva mica soldi da buttare per ingrassare quel maiale del dottor…che non so quante ville s’è comprato con tutti gli aborti che ha fatto che quando lui è andato a chiedere cosa prendeva ha sparato una cifra pazzesca. E poi sembrava quasi che gli faceva un favore, quello stronzo. Che lui rischiava la galera. Che l’aborto era fuorilegge, gli aveva urlato. Ma adesso che ci vado di mezzo io, ci deve andare di mezzo anche lui, e faccio nome e cognome. E’ il dottor Anastasi, e andate a controllare che ogni giorno c’è la fila.
Sì è vero c’erano anche le mammane, che si prendono meno. Ma una volta per poco non la facevano morire la sua Angiolina, con un ferro infilato nell’utero. E così era meglio farla partorire e poi buttarli via, i neonati. E i soldi invece di darli a quel merdoso del dottor Anastasi per comprarsi la Ferrari, si comprava lui un furgone come quei merdosi dei vicini. Puah – sputa – che gli venga un cancro.
6) Lui, il nonnetto li voleva fare a pezzi i piccoli, e sparpagliarli un po’ di qua e un po’ di là, ma lei la nonnetta, cuore tenero, non glielo aveva permesso. Anzi perfino il nome lei gli dava ai piccini. Li battezzava, perché non andassero al limbo, con l’acqua benedetta che andava a prendere in chiesa. Ego te battesimo in nome del pater e del figlio e dello spirito santus, amen.

Francesco si chiamava, l’ultimo.

E gli altri: Giacomo, Luca, Andrea e Gina.

Ma non erano tre?

Gran finale: io ti strozzo, io ti strozzo, vedrai che la prossima volta ci penso io, grugnì il nonnetto, tentando di strozzare la moglie, mentre venivano spinti nella macchina della polizia.

Lasciateli marcire in galera! Urlò stizzito il collezionista, mentre la volante si allontanava.

Per colpa loro aveva perso una giornata.


Licia Giaquinto


da E’ successo così, Theoria, 2002

Ormai abbiamo iniziato e non ci ferma più nessuno! Anche perché ci stiamo divertendo un sacco, quindi:  letteratura, divertimento, scoperte e condivisione (di luoghi, idee, incontri, ricordi, impegno).  La scrittura è una fatica meravigliosa.

L’antologia esce il tre marzo (che è un martedì) e mancano esattamente venti giorni. Abbiam avuto per le mani le bozze, abbiam visto la prima copertina diversa di pochissimo dalla definitiva – ci han aggiunto una pallottola – ma il libro quando ce l’hai per le mani, insomma dite quel che volete, fa sempre un certo effetto.

Non abbiamo ancora una copia in carta e brossura per mostrarvela in foto con tutto il nostro orgoglio possibile ma abbiamo photoshop e con le manine sante di Barbara Ripepi alias Suzupearl, abbiamo il libro virtuale.

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Una volta, Carlo Lucarelli, parlando con Barbara e con me, ci ha detto che, più che due donne, sembravamo due marinai: ci mancava solo il tatuaggio di un’ancora su un braccio. Barbara e io, quella volta, abbiamo riso molto, anche se il tatuaggio non ce lo siamo mai fatto. E di lì in avanti, abbiamo continuato a fare le pulci a Lucarelli sul modo in cui costruisce i personaggi femminili. D’altro canto, come dice un nostro amico comune, non si può pretendere che Carlo Lucarelli capisca le donne. Persino Gino Paoli dice che le donne sono per lui un mistero, e ne ha frequentate di sicuro di più.

Ho due figlie, un cane, che è femmina, una sorella che adoro. Avevo pure una gatta, femmina anche lei, che se n’è andata da un anno circa. La mia amica migliore è Barbara: una donna. Credo di non essere propriamente una femminista, nonostante tutto questo. Tendo a essere impolitica, e frequentare chi trovo intelligente e divertente. Il compagno della mia vita invece è femminista di sicuro. Altrimenti non avrebbe potuto sopravvivere in questo universo femminile, frizzante, incontrollabile e scriteriato. L’universo appunto dei Missfatti.

Missfatti è scrittura delle donne, non chiusa in se stessa, per nulla autoreferenziale. Al contrario, è una finestra sul mondo, sempre aperta: le idee vi circolano come aria.

Missfatti è fantasia ridente, capacità di affondare il coltello, critica e autocritica, musica, silenzio, idee in libertà.

Missfatti è senso di giustizia, sincerità senza convenienza, attitudine alla gaffe illuminante, goffaggine diplomatica, intelligenza cristallina.

Missfatti è un cervello che funziona e che non è un optional.

Missfatti è una bocca femminile, rossetto e discorsi sensati.

Missfatti è un’identità rivoltosa, ma senza rabbia, non più. Si fa quel che si fa perché lo si sa fare. Non contro qualcuno, tanto meno contro un uomo: perché metterlo in difficoltà, poverino?

Missfatti è quello che siamo noi: pregi, difetti, desiderio di conoscenza, curiosità e capacità di ridere. Lacrime, a volte. Ma non troppo.

La mia figlia minore mi ha raccontato questa storiella:

«Mamma, lo sai perché Dio ha creato prima l’uomo e poi la donna?»

«Perché?»

«Perché sbagliando si impara.»

Il primo Missfatto della storia. Biblico.

Un giorno di quache tempo fa Nicoletta Vallorani, mi disse:  “Mi piacerebbe curare un’antologia noir.  Solo scrittrici.  La chiamiamo Missfatti.  Ti piacerebbe?”.  Certo che sì,  risposi.

Poi il tempo trascorse e la vita ci travolse.  La vita ha questa tendenza.

Due anni fa,  llde Buratti,  editor Sperling & Kupfer, mi telefonò chiedendomi:  “Ci piacerebbe fare un’antologia noir, di sole scrittrici.  La cureresti?”

Perché la vita travolge,  ma talvolta,  sorprende. Certo, risposi, ma la faccio se l’altra curatrice sarà Nicoletta Vallorani.  E Ilde:  “Va bene”.

La raccolta, nel frattempo, ha cambiato titolo.  Si chiama “Alle signore piace il nero”. Ma a noi MissFatti piaceva, così lo abbiamo usato lo stesso per creare questo blog.  Ed è un nome che avrà un futuro,  credetemi.

Ora,  siccome di “certo” non è che ci sia molto nella vita,  il fatto che dopo due anni di lavoro, l’antologia è “certamente” in uscita (3 marzo 2009, per la precisione) mi pare una cosa meravigliosa.  Anche perché lavorare con le autrici che ne fanno parte,  per me e Nicoletta,  non è stato solo un onore, ma un divertimento enorme.

Tutte brave,  disponibili,  puntuali,  entusiaste,  affettuose,  presenti.  Non c’è stato un solo screzio, una sola “resistenza” quando siamo intervenute (poco,  non ce n’è stato gran bisogno) con suggerimenti e note sui testi.

E i racconti… beh,  sono una delle due curatrici,  perciò potrei non fare testo se non fosse che ci metto la faccia,  insieme a Nicoletta,  e non solo come curatrice ma anche come autrice. Per questo mi sento di affermare che i racconti sono di alta qualità.  E di quante cose si può dire una cosa del genere?

Approfitto di questa sede,  per ringraziarle tutte,  pubblicamente,  le autrici. Una per una, in ordine rigorosamente sparso:  Licia Giaquinto, Adele Marini,  Donatella Diamanti,  Daniela Losini,  Carmen Covito,  Cinzia Tani,  Nicoletta Sipos,  Grazia Verasani,  Elisabetta Bucciarelli,  Daniela Piegai,  Diana Lama,  Claudia Salvatori.  E Ilde Buratti, editor coi controfiocchi.  E naturalmente,  Sperling che ci ha offerto quest’occasione.

Ora tocca a voi lettori: è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo!

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