Ecco le righe del racconto che chiude l’antologia, scritto da Nicoletta Sipos.

Miss Lilly e il mistero del Big Bull

«Miss Lilly, Miss Lilly!»
Quando Balthazar grida il mio nome con tanta foga, ci sono guai in vista. Sollevo gli occhi dalla tovaglia a punto croce, e mi dispongo ad ascoltarlo con l’attenzione che merita: «Miss Lilly, Mister Holmes chiede di vedervi».
«E tu gli hai spiegato…».
«Gli ho detto che non eravate in casa, ma lui…».
«Non gli ho creduto. Elementare, mia cara.» Sherlock Holmes avanza, maestoso e indisponente, nel mio salotto chippendale, seguito dall’immancabile dottor Watson.
«Lillian Silvesholmes», continua il grande segugio con la severità del maestro, «sono due ore che non vi degnate di rispondere ai miei messaggi. Sembra quasi che vogliate evitarmi.»
«Esatto, caro cugino», replico io, con la rabbia che mi brucia nel petto. Tra le tante disgrazie del mio destino, la più grande è lo sciagurato legame di sangue con Sherlock Holmes. Documenti araldici attestano, infatti, che le famiglie Holmes e Silvesholmes discendono entrambe da Sir William Holmes, medico e alchimista, mandato al rogo nel 1645 per stregoneria. La sua condanna spinse il mio ramo della famiglia a emigrare in Svezia e a cambiare nome. Ci siamo ritrovati solo di recente. E poco dopo il nostro incontro, a seguito di altri fatti di cui riferirò più avanti, Sherlock fu nominato mio tutore.


Vi presentiamo le prime frasi del racconto di Diana Lama.

Per due voci sole

Qui dove sono posso ammirare il panorama. Tutto il panorama di Napoli: la città è sdraiata completamente davanti ai miei occhi, da Capo Posillipo ai paesi vesuviani. Ruoto la testa e posso vedere anche la penisola sorrentina, là in fondo, e Capri.
Sotto di me via Caracciolo scorre in lontananza, e piazza Vittoria, i tornanti di parco Grifeo, la massa rosa della Nunziatella, la cupola lucente della Galleria Principe Umberto, il Corso che appare serpeggiando qua e là tra i palazzi, e i giardini. Giardini inaspettati e nascosti sui tetti dei palazzi più belli. E il mare. Vedo il mare confuso col cielo davanti a me, attorno a me. Cielo, mare, e un presepe di tetti rosa, marroni, ocra, sabbia, castagna, gialli, e scale, scalette, terrazzini e triangoli di verde spontaneo.
Quando ero bambina il mio sogno era vivere in una casa col panorama. Allora dalla finestra di quella che chiamavo la mia stanza – in realtà uno sgabuzzino umido – tutto quel che c’era da guardare era il muro del palazzo di fronte, un muro troppo vicino e sporco come il muro di casa mia, e brutte finestre senza tendine, che affacciavano su abitazioni miserabili come la mia.

Ora è la volta di Claudia Salvatori e il suo racconto.

Avvocati, poliziotti e angeli (per non parlare di due ex

mariti e qualche muratore)

Sonia sta raccogliendo le prugne nel suo giardino quando vede una nave aliena che si prepara ad atterrare sulla collina di fronte. In lontananza, l’oggetto volante aveva la forma di una bianca e liscia pallina da ping pong, e ora che si avvicina ha la forma di una bianca e liscia pallina da ping pong grande abbastanza per contenere un uomo.  No, a guardarla bene, non
è perfettamente sferica: piuttosto ovale, come l’uovo di un uccello sconosciuto, un gigantesco condor spaziale.

L’uovo non ha scia e non brucia l’erba in un anello di fuoco quando atterra: o meglio, non atterra affatto, ma rimane sospeso davanti alla casa di Sonia, animato da un impercettibile movimento, come se un invisibile zampillo d’acqua lo mantenesse in equilibrio. Sonia lascia il cesto con i frutti e dimentica il suo progetto di preparare la marmellata di cui va tanto orgogliosa, una gelatina trasparente, ambrata. Non prova la minima paura: ha sempre saputo che, quando avesse incontrato gli alieni, loro avrebbero riconosciuto, con intelligenza superiore, la sua personalità unica e meravigliosa,
la sua bellezza interiore.

Oggi è la volta delle prime frasi del racconto di Daniela Losini.


L’estate del silenzio

Non era tornata. Berta si dondolava il pensiero da una parte all’altra del cervello e più scorreva la lancetta dei secondi della sveglia rossa, più il pensiero diventava convincimento. Maria non tornava. Non era una cosa normale. Nella cucina c’era il borbottio dell’acqua della pasta che bolliva. Il terrore le stava salendo nella gola. Berta tossicchiò, il cucchiaio di legno in mano a mezz’aria. Sussultò quando il marito, varcando la soglia, sfrusciò la tenda che d’estate pendeva al posto della porta. Mentre lavava le mani, chiese ironico: «Berta, cosa fai lì impalata?»
«Maria non è tornata. Sono le sette e non è tornata.»
«Di che ti preoccupi?» Il marito stropicciò le mani nell’asciugamano, «sarà con gli altri scalmanati.» Guardò fuori dalla finestrella sopra il lavello. «È ancora chiaro, dai.»
«È sempre tornata alle sei e mezzo.» Una goccia di sugo caldo schizzò sulla sua mano. Bruciava. «È fissata con gli orari. Le diciotto e trenta. O altrimenti trentacinque. L’orologio al quarzo che le abbiamo comprato…»
«Sì…» Suo marito le si era avvicinato e la guardava negli occhi, con un pezzo di pane in mano. «Ma ha tredici anni…» disse mentre immergeva il tozzo nel rosso del pomodoro.

Ladies and gentlemen, le prime battute del racconto di Daniela Piegai.


Scambio Letale

Pasticcio
(Vetri rotti e altri messaggi…)

Il vento accarezza gli alberi, mormora piano, verde e tenero come la foresta. E il nostro respiro è arancio, come il sole. Io e lui calpestiamo la terra nera, morbida, piena di foglie cadute e tritate e un tappeto di piccole schegge di legno marcio. Il tutto è scuro e umido e profumato di vita, culla di larve, di future farfalle, bruchi, moscerini.
Una nuvola di insetti ronza, ora più forte, ora più piano, con un ritmo che è quasi una musica. Le ali delle libellule sono iridescenti come una macchia di petrolio sull’asfalto, e il canto degli uccelli fa da melodia trascinante, colonna sonora di questo momento pieno di una strana serenità. E io mi accontento di questo attimo incantato, per un poco, e mi sembra che si allontani la rovina della nostra vita, ridotta da quando ne ho ricordo a questa fuga continua, a questo progettare agguati, e cercare di sfuggire a quelli degli altri. Siamo saltimbanchi di cristallo, io e lui, su una sottile corda tesa, e il suolo è così lontano da dare le vertigini.

Anche oggi la vostra dose quotidiana di anticipazioni, le prime battute del racconto di Elisabetta Bucciarelli.

Primo pelo

La professionista di lap dance si muove tenendo sempre la sinistra. È fin troppo raffinata per quel ruolo, una gonna invisibile e una maglietta scollata con le maniche scampanate. La chioma folta, tinta rosso cupo, fino alle spalle. I seni tondi, che si muovono poco, sodi quindi, come le cosce, lisce anche.
Le scarpe viola, tenute chiuse da un cinturino alla caviglia sottile, hanno la zeppa, più zeppa da una parte che dall’altra.
Questo perché la ballerina è zoppa. Dal lato destro. Ma anche cieca, dall’occhio sinistro. Le due menomazioni non sono affatto evidenti. Anzi.

Le movenze, gli strusciamenti, i contorcimenti sono in tutto efficaci e molti uomini le stanno intorno, molte mani cercano la presa. Molte voci la richiedono per un bis, per la lap. Lei si concede, ma alla fine è stanca. Abbandona, talvolta con sollievo, la passerella di vellutino blu e appena uscita di scena slaccia le scarpe, le toglie e inizia con liberazione a zoppicare. Poi, in camerino, si attacca alla bottiglia di Pepsi Cola, dolce come i sorrisi che dispensa a chi si affaccia alla porta.

Vi presentiamo le prime righe del racconto di Adele Marini.

La testa altrove

Della signorina Carla tutto si poteva dire tranne che non fosse elegante. Di un’eleganza senza slanci, convenzionale e un po’ fuori moda, genere foulard di Hermès e capelli tenuti in piega con la lacca, ma solida, rassicurante, discreta. Anzi, più che discreta, invisibile. Carla Davanzati era il tipo di donna che non si sarebbe messa un paio di jeans neanche per fare naufragio su un’isola deserta. Portava solo scarpe col tacco e le sue borse avevano tutte il manico corto e rigido. Niente tracolle flosce da postino.
Solo borsettine da passeggio, adatte a una donna che non deve correre a prendere il tram con tutte e due le mani libere.  Anche la signorina Carla prendeva il tram, ma con molta calma e solo per andare a fare compere nelle ore centrali della giornata, quando i posti a sedere si possono anche scegliere.
Inutile dire che non avrebbe mai accettato un passaggio in auto da chicchessia. Piuttosto il taxi, e pazienza se a Milano una corsa media costa più di un volo in una capitale europea. Per lei i soldi non erano un problema. Alla signorina mancavano la simpatia, la bellezza, l’amore, il senso dell’opportunità, la disinvoltura, qualche volta perfino la salute. Ma i soldi no. Ne aveva così tanti da perderci la testa.